Libro: P.J.
Autore: Massimo Canevacci
Testata: Liberazione
Data: 19/11/2009
La cittadinanza transitiva dei “multividui” metropolitani
Francesco Paolo Del Re
Ultima lezione alla Sapienza di Massimo Canevacci, professore di antropologia culturale
Le porte si aprono su una sala gremita, in penombra, rischiarata da una sequenza di slide. L’occasione è un saluto, quello all’insegnamento di Massimo Canevacci, professore di Antropologia culturale della facoltà di Scienze della comunicazione alla Sapienza di Roma. Alla sua ultima lezione non ci sono solo gli studenti del suo ultimo corso, ma anche colleghi di insegnamento, compagni di ricerca, studenti laureati ormai da molti anni: sono tutti accalcati su una soglia simbolica e a tenerli insieme è un approccio alla cultura e alla ricerca che passa per i desideri, per i feticismi individuali, per le pulsioni che liberano creatività e inseguono svolte divergenti del pensiero.
Canevacci è uno studioso non cattedratico; mescola con passione insegnamento, ricerca etnografica, spirito critico e impegno civile. Instancabile osservatore delle culture di oggi e dei loro apparati visuali, della moltiplicazione e dell’intreccio dei loro linguaggi, divide il cuore tra Italia e Brasile, tanto da aver di recente aggiunto Ribeiro al suo cognome, dopo aver sposato Sheila, e da ibridare lo studio delle popolazioni native con le espressioni multiformi e variegate delle identità contemporanee, passando dal writing ai linguaggi digitali, dall’architettura al cinema, dai rave alle culture queer. L’uomo della folla, Opera Malinovski, Corpoforato, PJ, Sandmann sono i titoli di coinvolgenti e irripetibili esperienze di una didattica performativa che ha chiamato gli studenti a cimentarsi con gli oggetti e i concetti della ricerca non solo attraversoi libri, ma attraverso percorsi di elaborazione teatrale, musicale, visuale.
Un’università viva, costruita insieme agli studenti, che si lascia aprire, attraversare, vivere e usare anche di sera, quella di Canevacci, incaricato nel 2003 del progetto Ex-Cathedra a Scienze della Comunicazione, con iniziative di arte, cinema, musica, poesia, performance, balli.
Negli anni Canevacci matura il distacco dal modo in cui l’università italiana studia l’antropologia culturale, il suo sguardo si rivolge all’estero e si moltiplicano le traduzioni di autori stranieri. La disamina dei limiti di certa antropologia si accompagna alla consapevolezza del malessere dell’università in generale, tra baronie e nepotismi, nessuno spazio per i giovani ricercatori e scelte ministeriali disastrose, e la constatazione di una perdita di ricchezza e contenuti all’interno della facoltà di Scienze della comunicazione alla Sapienza, sempre più orientata verso media e giornalismo a scapito della comunicazione digitale.
Nel giorno in cui il Senato approva il decreto Gelmini di riforma della scuola e le piazze di tutta Italia sono invase dalla contestazione dell’Onda degli studenti, Canevacci ripercorre il suo cammino umano e professionale, il personale e l’etnografico, l’impegno politico e il lavoro nell’università, raccontando le sue antropologie e le sue passioni, i suoi amori e i suoi feticci. Una vita lunga un viaggio e viaggi che valgono una vita, sulle rotte del caso: l’ultima lezione che si può impartire è forse solo una lezione su di sé, non come specchio di un sé arrogante e vanesio, ma perché insegnare vuol dire donarsi, darsi nudi e farsi ricoprire di echi.
L’ultima lezione non può non essere un flusso caotico di aneddoti, citazioni, consigli di letture sterminate, rimbombare di superlativi assoluti “relativi”, espressioni di un entusiasmo eletto a unità di misura delle esperienze. Si parte dalla «prima maraviglia del viaggio», con le avventure di Emilio Salgari, e dalla seduzione del cinema d’essay, con l’amore della madre per Il gabinetto del dottor Caligari prima che il figlio leggesse Kracauer. Poi la scoperta dell’ascolto: rock e cantautori, sinfonica, musica del mondo e dissonanze. La giovinezza negli anni Sessanta, il rifiuto del sistema universitario, il militare che porta al confronto con i contadini di sinistra, il fermento politico, il lavoro alla stazione aerea e l’esperienza del sindacato. Il ‘68, l’iscrizione a Filosofia, la militanza, le assemblee, il ciclostile e il volantinaggio. L’esperienza al consiglio di fabbrica e la lezione della Scuola di Francoforte.
E poi l’elogio del caso. La laurea in filosofia e l’inizio casuale di una collaborazione con la cattedra di Antropologia culturale di Armando Catemario alla facoltà di Sociologia. Il caso inanella occasione dopo occasione: la proposta della casa editrice Savelli di pubblicare un libro sulla famiglia, un’inaspettata traduzione in Brasile, punto di partenza di un viaggio-confronto con «polifonie, sincretismi, dialogiche», dove il modello della dialettica occidentale va in crisi.
Un lungo punto di arrivo di questo percorso è la pubblicazione di La città polifonica nel 1997, una ricerca di antropologia sulla comunicazione urbana a Sao Paulo. Accanto a questo testo, le varie edizioni di Antropologia della comunicazione visuale, Sincretismi, Culture eXtreme, l’esperienza della direzione della rivista “Avatar” e i recenti Una stupita fatticità e La linea di polvere, occasione di ritorno al funerale Bororo, reso celebre dalle osservazioni di Lévi-Strauss, alla luce delle nuove tecnologie digitali.
L’ultima lezione non finisce, gli studenti irrompono nell’aula, gli tolgono l’ultima parola; fanno ingresso in processione, con le maschere sul volto, hanno preparato un video, delle foto e inscenano una vestizione del professore con tutti i suoi feticci. Poi lacrime, saluti, brindisi e i dolci. Ma prima c’è il tempo di un ultimo messaggio, il più importante, una speranza, un auspicio, un sogno, un regalo.
A partire da citazioni del Baudelaire degli spleen sul rapporto solitudine-moltitudine, Canevacci si sofferma sull’esperienza delle metropoli contemporanee come possibilità di superamento dello stato-nazione. Se la folla è produttrice di individui e la metropoli esalta l’espressione dell’individualità, allora l’area metropolitana mette in discussione il potere dello stato-nazione, facendosi abitare da un nuovo concetto di cittadinanza. Nelle nostre metropoli, sempre più vaste, sempre più globalizzate, si vanno determinando le condizioni per l’affermazione di una cittadinanza digitale, transitiva, non determinata da luogo e identità politica, che garantisce stessi diritti e stessi doveri ovunque, a prescindere dalle carte geografiche. Fuori dal potere di controllo dello stato-nazione, non sono più stato o rivoluzione le alternative prospettate, ma il soggetto-multividuo può scorrere per aree metropolitane dai confini incerti, comunicazionali, un nuovo territorio materiale e immateriale per una nuova politica e nuovi diritti.
Uno sguardo al futuro, un futuro sul quale stiamo già calcando i passi.
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