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| Cappuccetto Rosso: una fiaba vera a cura di S.Calabrese, D.Feltracco
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Libro: Cappuccetto Rosso: una fiaba vera
Autore: Stefano Calabrese
Testata: Lettera.com
Data: 08/01/2010
Cappuccetto Rosso: Misteri
Claudia Esposito
Una fiaba immortale che accompagna generazioni di bambini da tempo immemore viene completamente vivisezionata per comprenderne quella che potrebbe essere la giusta interpretazione storico-pscicologica.
Questa fiaba, in cui le principali figure sono rappresentate da tre generazioni di donne (il cacciatore che appare alla fine è la figura convenzionale del padre senza peso affettivo), simbolizza il conflitto tra maschio e femmina; è la storia del trionfo delle donne che odiano gli uomini, e termina con la loro vittoria, esattamente all'opposto del mito di Edipo nel quale si afferma la figura dell'uomo.
Quando si diventa adulti, quando si cresce, spesso e volentieri si assume in maniera naturale l'atteggiamento di voler comprendere a tutti costi il senso delle cose, le motivazioni che guidano i comportamenti e che tentano di "spiegare i pensieri". A questo processo mentale non esulano neppure le "fiabe": strumenti fondamentali per i bambini nel comprendere messaggi ed insegnamenti morali, i cui protagonisti sono re, principesse e quant'altro, e differiscono dalle "favole" che, invece, sono una narrazione allegorica della natura umana con i suoi vizi (soprattutto) e le sue virtù e che attraverso l'ironia spesso denunciano ingiustizie sociali, ridicolizzano i difetti degli uomini e ne criticano i vizi.
In questo libro è proprio la "fiaba" di Cappuccetto Rosso, una delle più conosciute, ad essere analizzata nella sua struttura, per quelli che sono i suoi molteplici significati, attraversando un mondo fatto di letteratura, psicoanalisi e simbolismi. Una lettura certamente interessante anche se un po' ostica in quanto molto densa e ricca di tecnicismi. Una lettura che però, per chi non vuole smettere di sognare, rappresenta una guida per l'interpretazione del sogno stesso.
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Libro: Cappuccetto Rosso: una fiaba vera
Autore: Stefano Calabrese
Testata: Letture
Data: 14/01/2009
Perché una fiaba non è solo una fiaba
Giuseppe O.Longo
Impreziosito da un’ampia e dotta introduzione di Calabrese sulla fiaba e sui suoi significati sociali, psicologici, culturali e religiosi e da una illuminante nota al testo della Feltracco, il volume raccoglie quattro saggi sulla popolare fiaba, che ne mettono in luce meglio la figura dell’altro.
Intanto, la storia: quando Perrault la codifica nel 1697, la fiaba era già passata attraverso parecchie versioni orali, e non solo in Europa. Oltre un secolo più tardi, nel 1812, i fratelli Grimm ne elaborarono una versione meno cruda, che non manca tuttavia di richiamare i fanciulli all’obbedienza. Ma anche ai giorni nostri la fiaba ha subito riscritture e metamorfosi che ne confermano la vitalità, anche se la protagonista non è più l’ingenua bambina di un tempo e il lupo cattivo è stato circondato dal cordone protettivo della sensibilità ambientalista.
Le varie letture offerte nei saggi (folkloristica, psicanalitica, sessuale e così via) confermano che, come tutte le fiabe, anche questa rivela profondità insospettate e stilizza la realtà, contribuendo al passaggio dal naturale al culturale.
Non si può non ricordare che nel 1765, nella regione francese del Gévaudan, una ragazza di diciassette anni, ancora vestita della mantellina rossa della prima comunione, fu trovata orribilmente sbranata. L’uccisione venne attribuita alla leggendaria bête du Gévaudan, anche se forse a macchiarsi del delitto era stato il padre.
Questo fatto, di cui narrano le cronache, s’intreccia in modo singolare con la fiaba di Perrault, compresa quella vivida macchia rossa dal simbolismo polivalente e ambiguo. Il rosso, ci spiega Calabrese, è colore positivo poiché allude al fuoco, al sole e al sangue, ma anche negativo, poiché indica la lussuria, la malattia e la morte (si pensi alla Maschera della morte rossa di Poe). E proprio al cromatismo delle fiabe, rappresentato soprattutto da bianco, rosso e nero, è dedicata buona parte del saggio illuminante di Calabrese.
Chiude questo affascinante volume un’appendice che riporta tre versioni di Cappuccetto Rosso: quella di Perrault, quella dei Grimm e una versione compilata nel 1951 dallo studioso di folklore Paul Delarue sulla base di una trentina di versioni orali.
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Libro: Cappuccetto Rosso: una fiaba vera
Autore: Stefano Calabrese
Testata: Astra
Data: 20/06/2008
Cappuccetto Rosso: una fiaba vera
Gabriele Burrini
Due docenti italiani s’interrogano sui tanti significati della fiaba di Charles Perrault. Primo fra tutti quello esoterico, giacché il racconto è stato visto come una sequenza di riti iniziatici. Sa di rito e di magia infatti quel cappuccio, che evoca il mantello rosso di fate e streghe del Medioevo inglese. E poi c`è il, lupo, che richiama la licantropia., Non solo fiaba, insomma.
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Libro: Cappuccetto Rosso: una fiaba vera
Autore: Stefano Calabrese
Testata: Letture
Data: 05/05/2008
Esperienze e tribolazioni di una bambina nel bosco
Giuseppe O.Longo
Impreziosito da un'ampia e dotta introduzione di Calabrese sulla fiaba e sui suoi significati sociali, psicologici, culturali e religiosi e da una illuminante nota al testo della Feltracco, il volume raccoglie quattro saggi sulla popolare fiaba, che ne mettono in luce le varie sfaccettature. Intanto la storia: quando Perrault la codifica nel 1697, la fiaba era già passata attraverso parecchie versioni orali, e non solo in Europa. Oltre un secolo più tardi, nel 1812, i fratelli Grimm ne elaborarono una versione meno cruda, che non manca tuttavia di richiamare i fanciulli all'obbedienza. Ma anche ai giorni nostri la fiaba ha subito riscritture e metamorfosi che ne confermano la vitalità, anche se la protagonista non è più l'ingenua bambina di un tempo e il lupo cattivo è stato circondato dal cordone protettivo della sensibilità ambientalista.
Le varie letture offerte nei saggi (folkloristica, psicoanalitica, sessuale e così via) confermano che, come tutte le fiabe, anche questa rivela profondità insospettate e stilizza la realtà, contribuendo al passaggio dal naturale al culturale. Non si può non ricordare che nel 1765, nella regione francese del Gévaudan, una ragazza di diciassette anni, ancora vestita della mantellina rossa della prima comunione, fu trovata orribilmente sbranata. L'uccisione venne attribuita alla leggendaria bête du Gévaudan, anche se forse a macchiarsi del delitto era stato il padre. Questo fatto, di cui narrano le cronache, s'intreccia in modo singolare con la fiaba di Perrault, compresa quella vivida macchia rossa dal simbolismo polivalente e ambiguo.
Il rosso, ci spiega Calabrese, è colore positivo poiché allude al fuoco, al sole e al sangue, ma anche negativo, poiché indica la lussuria, la malattia e la morte (si pensi alla Maschera della morte rossa di Poe). E proprio al cromatismo delle fiabe, rappresentato soprattutto da bianco, rosso e nero, è dedicata buona parte del saggio illuminante di Calabrese. Chiude questo affascinante volume un'appendice che riporta tre versioni di Cappuccetto Rosso, quella di Perrault, quella dei Grimm e una versione compilata nel 1951 dallo studioso di folklore Paul Delarue sulla base di una trentina di versioni orali.
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Libro: Cappuccetto Rosso: una fiaba vera
Autore: Stefano Calabrese
Testata: Il Mattino
Data: 13/04/2008
Cappuccetto color rosso shocking
Guido Caserza
Tra le fiabe più note e tradotte in tutto il mondo, quella di Cappuccetto Rosso è probabilmente anche la fiaba che più offre il destro a riscritture se, tre anni or sono, è stata ancora usata come canovaccio per un esercizio di rifacimento, durante uno slam poetry in Venezia. Difficile dire se tanta produttività di segni sia dovuta all’intreccio, alla sbrigativa e inaudita efferatezza della fiaba, o all’immaginario, tra il culinario e l’erotico, che gli psicanalisti vi hanno sempre ravvisato. Per capire meglio i meccanismi di Cappuccetto Rosso, codificata per la prima volta, dopo secoli di trasmissione orale, dal noto Conte di Charles Perrault del 1697 in cui una bambina vestita di rosso e la nonna vengono ingerite dal lupo, torna utilissimo il saggio Cappuccetto Rosso: una fiaba vera, curato da Stefano Calabrese e Daniela Feltracco (Meltemi, pp. 239, euro 19,50). Un saggio molto articolato al suo interno, nutrito di una ricca bibliografia, con approcci che vanno dall’etnologia alla psicanalisi, dall’antropologia alla filologia e alla narratologia.
E proprio sul piano narratologico che la fiaba rivela ancora un fondo di significazione interessante anche per comprendere i meccanismi della narrazione in generale. Calabrese insiste ad esempio sull’importanza dei colori nelle fiabe: l’iconografia, strutturata su microsequenze, funzionerebbe infatti da motore dell’affabulazione, giacché i colori svolgono una funzione sostanziale, e il noto schema di Propp non darebbe dunque ragione, con l’algebra delle sue funzioni, dei significati primordiali della fiaba.
Ripartendo da quel brodo primordiale dello Chaperon Rouge, che è un racconto pseudo-veritiero riportato da Egbert di Liegi all’inizio del secondo millennio, passando attraverso i resoconti di cronache leggendarie e dai faits divers che narravano, nella Francia sud-orientale, le aggressioni omicide di un fenomenale lupo ai danni di adolescenti rosso-vestite, Calabrese, avvalendosi di strumenti etnografici, dimostra come il colore della fiaba sia connesso ad aspetti fisiologici di cannibalismo ed erotismo, incrementati poi, nel seno del clericalismo francese, da opzioni salvifiche che davano luogo a reprimende morali, tanto che il fait diver, il dato di cronaca diventò persino oggetto di appassionate omelie contro la perdizione delle adolescenti e le tentazioni del demonio, simboleggiato ovviamente dal lupo famelico. Quella che tecnicamente viene definita da Calabrese "la morfogenesi del rosso", può in realtà celare omicidi impietosi di genitori maniaci: la storia della fanciulla trovata sgozzata negli alpeggi francesi del Gévaudan, con il sangue schizzato sugli armenti (non fuggiti all’apparizione del lupo!) sarebbe in realtà la trasposizione figurata di un assassinio primigenio.
Il rosso simboleggerebbe, e dunque nasconderebbe, con opera di rimozione e condensazione, l’aspetto più violento e ferino di una umanità efferata. Prima che i Grimm ribaltassero il finale della fiaba, con la provvidenziale uccisione del lupo, rendendola planetariamente, e moralisticamente, digeribile, Chaperon Rouge era dunque leggibile, in maniera più netta, come una storia di iniziazione sessuale e, come scrive Catherine Velay-Vallantin nel suo intervento, "per alcuni sarebbe addirittura la storia di uno stupro, nonostante l’atto della fagocitazione - simbolo sessuale per eccellenza - coinvolga anche la nonna, restituendo alla narrazione quei principi arcaici per cui il cannibalismo risulta imprescindibile all’interno di una lezione morale".
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Libro: Cappuccetto Rosso: una fiaba vera
Autore: Stefano Calabrese
Testata: L'Unione Sarda
Data: 09/04/2008
Cappuccetto Rosso, storia di violenza
Guido Caserza
Saggi. Un volume di Stefano Calabrese e Daniela Feltracco rivisita la celebre fiaba collegandola a fatti veri o presunti di cronaca nera
Tra le fiabe più note e tradotte in tutto il mondo, quella di Cappuccetto Rosso è probabilmente anche la fiaba che più offre il destro a riscritture se, tre anni or sono, è stata ancora usata come canovaccio per un esercizio di rifacimento, durante uno slam poetry in Venezia. Difficile dire se tanta produttività di segni sia dovuta all’intreccio, alla sbrigativa e inaudita efferatezza della fiaba, o all’immaginario, tra il culinario e l’erotico, che gli psicanalisti vi hanno sempre ravvisato. Per capire meglio i meccanismi di Cappuccetto Rosso, codificata per la prima volta, dopo secoli di trasmissione orale, dal noto Conte di Charles Perrault del 1697 in cui una bambina vestita di rosso e la nonna vengono ingerite dal lupo, torna utilissimo il saggio Cappuccetto Rosso: una fiaba vera, curato da Stefano Calabrese e Daniela Feltracco (Meltemi, pp. 239, euro 19,50).
Un saggio molto articolato al suo interno, nutrito di una ricca bibliografia, con approcci che vanno dall’etnologia alla psicanalisi, dall’antropologia alla filologia e alla narratologia. E proprio sul piano narratologico che la fiaba rivela ancora un fondo di significazione interessante anche per comprendere i meccanismi della narrazione in generale. Calabrese insiste ad esempio sull’importanza dei colori nelle fiabe: l’iconografia, strutturata su microsequenze, funzionerebbe infatti da motore dell’affabulazione, giacché i colori svolgono una funzione sostanziale, e il noto schema di Propp non darebbe dunque ragione, con l’algebra delle sue funzioni, dei significati primordiali della fiaba.
Ripartendo da quel brodo primordiale dello Chaperon Rouge, che è un racconto pseudo-veritiero riportato da Egbert di Liegi all’inizio del secondo millennio, passando attraverso i resoconti di cronache leggendarie e dai faits divers che narravano, nella Francia sud-orientale, le aggressioni omicide di un fenomenale lupo ai danni di adolescenti rosso-vestite, Calabrese, avvalendosi di strumenti etnografici, dimostra come il colore della fiaba sia connesso ad aspetti fisiologici di cannibalismo ed erotismo, incrementati poi, nel seno del clericalismo francese, da opzioni salvifiche che davano luogo a reprimende morali, tanto che il fait diver, il dato di cronaca diventò persino oggetto di appassionate omelie contro la perdizione delle adolescenti e le tentazioni del demonio, simboleggiato ovviamente dal lupo famelico. Quella che tecnicamente viene definita da Calabrese "la morfogenesi del rosso", può in realtà celare omicidi impietosi di genitori maniaci: la storia della fanciulla trovata sgozzata negli alpeggi francesi del Gévaudan, con il sangue schizzato sugli armenti (non fuggiti all’apparizione del lupo!) sarebbe in realtà la trasposizione figurata di un assassinio primigenio.
Il rosso simboleggerebbe, e dunque nasconderebbe, con opera di rimozione e condensazione, l’aspetto più violento e ferino di una umanità efferata. Prima che i Grimm ribaltassero il finale della fiaba, con la provvidenziale uccisione del lupo, rendendola planetariamente, e moralisticamente, digeribile, Chaperon Rouge era dunque leggibile, in maniera più netta, come una storia di iniziazione sessuale e, come scrive Catherine Velay-Vallantin nel suo intervento, "per alcuni sarebbe addirittura la storia di uno stupro, nonostante l’atto della fagocitazione - simbolo sessuale per eccellenza - coinvolga anche la nonna, restituendo alla narrazione quei principi arcaici per cui il cannibalismo risulta imprescindibile all’interno di una lezione morale".
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Libro: Cappuccetto Rosso: una fiaba vera
Autore: Stefano Calabrese
Testata: La Sicilia
Data: 06/04/2008
Le tentazioni del lupo famelico. Saggio sulla fiaba di Cappuccetto Rosso
Guido Caserza
Tra le fiabe più note e tradotte in tutto il mondo, quella di Cappuccetto Rosso è probabilmente anche la fiaba che più offre il destro a riscritture se, tre anni or sono, è stata ancora usata come canovaccio per un esercizio di rifacimento, durante uno slam poetry in Venezia. Difficile dire se tanta produttività di segni sia dovuta all’intreccio, alla sbrigativa e inaudita efferatezza della fiaba, o all’immaginario, tra il culinario e l’erotico, che gli psicanalisti vi hanno sempre ravvisato. Per capire meglio i meccanismi di Cappuccetto Rosso, codificata per la prima volta, dopo secoli di trasmissione orale, dal noto Conte di Charles Perrault del 1697 in cui una bambina vestita di rosso e la nonna vengono ingerite dal lupo, torna utilissimo il saggio Cappuccetto Rosso: una fiaba vera, curato da Stefano Calabrese e Daniela Feltracco (Meltemi, pp. 239, euro 19,50). Un saggio molto articolato al suo interno, nutrito di una ricca bibliografia, con approcci che vanno dall’etnologia alla psicanalisi, dall’antropologia alla filologia e alla narratologia.
E proprio sul piano narratologico che la fiaba rivela ancora un fondo di significazione interessante anche per comprendere i meccanismi della narrazione in generale. Calabrese insiste ad esempio sull’importanza dei colori nelle fiabe: l’iconografia, strutturata su microsequenze, funzionerebbe infatti da motore dell’affabulazione, giacché i colori svolgono una funzione sostanziale, e il noto schema di Propp non darebbe dunque ragione, con l’algebra delle sue funzioni, dei significati primordiali della fiaba.
Ripartendo da quel brodo primordiale dello Chaperon Rouge, che è un racconto pseudo-veritiero riportato da Egbert di Liegi all’inizio del secondo millennio, passando attraverso i resoconti di cronache leggendarie e dai faits divers che narravano, nella Francia sud-orientale, le aggressioni omicide di un fenomenale lupo ai danni di adolescenti rosso-vestite, Calabrese, avvalendosi di strumenti etnografici, dimostra come il colore della fiaba sia connesso ad aspetti fisiologici di cannibalismo ed erotismo, incrementati poi, nel seno del clericalismo francese, da opzioni salvifiche che davano luogo a reprimende morali, tanto che il fait diver, il dato di cronaca diventò persino oggetto di appassionate omelie contro la perdizione delle adolescenti e le tentazioni del demonio, simboleggiato ovviamente dal lupo famelico.
Quella che tecnicamente viene definita da Calabrese "la morfogenesi del rosso", può in realtà celare omicidi impietosi di genitori maniaci: la storia della fanciulla trovata sgozzata negli alpeggi francesi del Gévaudan, con il sangue schizzato sugli armenti (non fuggiti all’apparizione del lupo!) sarebbe in realtà la trasposizione figurata di un assassinio primigenio. Il rosso simboleggerebbe, e dunque nasconderebbe, con opera di rimozione e condensazione, l’aspetto più violento e ferino di una umanità efferata. Prima che i Grimm ribaltassero il finale della fiaba, con la provvidenziale uccisione del lupo, rendendola planetariamente, e moralisticamente, digeribile, Chaperon Rouge era dunque leggibile, in maniera più netta, come una storia di iniziazione sessuale e, come scrive Catherine Velay-Vallantin nel suo intervento, "per alcuni sarebbe addirittura la storia di uno stupro, nonostante l’atto della fagocitazione - simbolo sessuale per eccellenza - coinvolga anche la nonna, restituendo alla narrazione quei principi arcaici per cui il cannibalismo risulta imprescindibile all’interno di una lezione morale".
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Libro: Cappuccetto Rosso: una fiaba vera
Autore: Stefano Calabrese
Testata: Liberweb.it
Data: 19/03/2008
Cappuccetto Rosso: una fiaba vera
Domenico Bartolini
La fiaba di Cappuccetto Rosso è presentata in questo volume alla luce dei più importanti contributi dell’antropologia, della psicoanalisi e della storia della lettura. I saggi tradotti rinviano agli elementi che maggiormente hanno stimolato analisi di volta in volta concentrate sul cappuccio rosso, il lupo, il cacciatore, la ritualità iniziatica, i codici morali che sono riconoscibili nel racconto. In particolare, nella introduzione al volume Calabrese si sofferma sul colore rosso e, attraverso una rassegna di studi antropologici e linguistici, giunge a definire il ruolo dei colori nell’epoca arcaica in cui le fiabe di magia cominciarono a prendere forma.
Lo studio di Saintyves suggerisce di interpretare la fiaba in termini di riti primaverili, per cui nella fantasia popolare il cappuccio rosso si assimila alla corona di fiori di una reginetta di maggio, ovvero la giovane protagonista di antiche cerimonie che a partire dal Medioevo si diffondono in alcune zone della Francia e dell’Inghilterra. Inoltre, il lupo è associato alle tenebre mentre il momento in cui Cappuccetto Rosso viene ingoiata corrisponderebbe alla fase del rito di maggio in cui la reginetta viene temporaneamente rinchiusa e nascosta in attesa dell’esito della battaglia tra le forze della primavera e quelle dell’inverno.
L’articolo di Dundes conduce un’ampia rassegna delle principali letture della fiaba in chiave psicoanalitica facendo riferimento agli studi freudiani sulla sessualità dei bambini, mentre la ricognizione storica di Zipes ripercorre le esperienze di Cappuccetto Rosso tra letture difformi a seconda del destino che le varie riscritture, contaminazioni di genere e adattamenti le hanno di volta in volta assegnato, non senza avere preventivamente riservato alla tradizione orale l’attenzione necessaria, riportando il folktale ricostruito da Paul Delarue sulla base di un racconto raccolto a Nièvres nel 1885 – riportato in Appendice accanto alle più note versioni di Perrault e dei fratelli Grimm.
Ebbene, proprio grazie alla rivisitazione della tradizione orale emergono inattesi dettagli cruenti e osceni che sembrano insinuare ragionevoli dubbi sulla vera identità di Cappuccetto Rosso.
Ma quali lati oscuri nasconderebbe il racconto della bambina indifesa ingoiata dal lupo? Rileggendo proprio la versione orale, La storia della nonna, si nota che Cappuccetto Rosso viene persuasa a ingerire la carne e il sangue della nonna che il lupo ha conservato nella dispensa dopo avere divorato la vecchietta. Un dettaglio cannibalico davvero inquietante che, aggiunto alla scena successiva, lascerebbe perplesso qualsiasi lettore convinto dell’innocenza della ragazzina: prima di raccogliere l’invito del lupo camuffato da nonna a coricarsi nel letto insieme a lei/lui, la fanciulla si toglie con cura ogni indumento in una scena facilmente assimilabile a uno spogliarello che solletica i desideri lascivi della bestia.
Altre perplessità sull’indole della bambina nascerebbero dall’astuto stratagemma con cui alla fine Cappuccetto Rosso riesce a sfuggire alla bramosia del lupo evitando di essere ingoiata e scappando dal letto con la scusa di dovere evacuare – un pretesto che peraltro si contrappone all’inghiottimento da parte dell’animale.
Ma è soprattutto a partire da un fatto di cronaca nera ambientato nella Francia del Settecento che forse si può ricostruire la vera storia di Cappuccetto Rosso. Infatti, nella sua analisi della fiaba Catherine Velay-Vallantin ricorre a documenti di archivio in cui si narrano numerosi episodi violenti accaduti nella regione francese del Gévaudan – nell’attuale dipartimento della Lozère – tra il 1764 e il 1767 a causa di una sorta di enorme lupo che divora soprattutto bambini e fanciulle mentre conducono gli animali al pascolo. Grazie ai suoi studi ci imbattiamo in una Cappuccetto Rosso di cui conosciamo anche i dati anagrafici: si tratta di Gabrielle Pélissier, diciassette anni, una giovane mandriana assassinata nell’aprile del 1765 nel giorno della sua prima comunione (allora le vesti della comunione erano rosse, non bianche). Stando al referto sarebbe l’ennesima vittima del lupo di Gévaudan, in realtà tale versione dei fatti non convince e lascia spazio a ragionevoli dubbi sulla possibilità che si tratti invece di un truce episodio di violenza domestica.
Ecco la testimonianza giornalistica dell’epoca:
Dopo aver fatto la prima comunione, andò a pascolare le mucche a Champ-de-la-Dame. La accompagnava il padre, che rimase con lei tutta la sera. Ma poco prima del tramonto, le disse: “Non credo che la Bestia sia qui vicino. Di’ le preghiere da sola, nel frattempo inizierò il cammino e tu rientrerai con le mucche tra poco”. Il padre aggiunse qualche parola di incoraggiamento e se ne andò. Ma non appena si fu allontanato, la Bestia si avvicinò furtiva alla ragazza e la uccise. Probabilmente le sue mucche intervennero per difenderla, poiché il giorno seguente quasi tutte erano ricoperte dagli schizzi di sangue che la Bestia aveva lanciato.
Ora, è molto strano che il padre di Gabrielle fornisca una versione dei fatti in cui gli schizzi di sangue sugli armenti testimonierebbero il pasto furente di un lupo che strazia il corpo della povera ragazza. Un contadino di un piccolo villaggio avrebbe immediatamente capito che, nel momento di un eventuale assalto da parte della Bestia, le mucche sarebbero subito fuggite. Invece hanno continuato a pascolare, sono state così raggiunte dagli schizzi di sangue e non si sono sentite affatto minacciate da quella che per forza doveva essere per loro una presenza familiare: quella del padre della ragazza, prima stuprata e poi assassinata. Ed è stato sempre il padre il primo a guidare le ricerche verso la radura dove il corpo della giovane mandriana è stato ritrovato ricomposto in posizione rannicchiata, come se la giovane stesse dormendo; sicuramente l’unico a tranquillizzare la figlia prima di allontanarsi, asserendo con certezza “Non credo che la Bestia sia qui vicino”… Insomma. Una storia vera che viene riletta dai contemporanei come una fiaba, segnatamente la fiaba raccontata da Perrault mezzo secolo prima.
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