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L'invenzione dell'Africa di Valentin Y. Mudimbe


Libro: L'invenzione dell'Africa
Autore: Valentin Y. Mudimbe
Testata: Mangialibri.com
Data: 03/03/2010

L'invenzione dell'Africa
Leonardo Caffo

Esiste una filosofia africana? Sarebbe una bella domanda da porre ai filosofi occidentali, convinti tendenzialmente che la filosofia, quella con la “F” maiuscola, sia nata in Grecia e si sia sviluppata in Europa per approdare solo dalla meta del ‘900 negli Stati Uniti d’America e in Australia. Il continente asiatico è ormai stato incluso anch’esso all’interno della dimensione speculativa, basti pensare a quanti, pur non essendo filosofi, conoscono il pensiero Buddhista o Taoista. Ma l’Africa? Si pensa anche in Africa? Sembrano domande banali, ma non lo sono. Missionari e antropologi occidentali hanno contribuito a trasmettere un’idea del pensiero africano come di un pensiero tribale, poco sviluppato, avulso al mito e alla credenza poco ponderata nel sovrasensibile. Ma è davvero possibile che non sia esistita una filosofia africana degna di essere esplorata epistemologicamente? Umilmente è possibile iniziare un percorso che ci porti verso il cuore filosofico dell’Africa, ma attenzione, non deve interessarci il contributo alla filosofia occidentale (analitica o continentale) da parte di africani, ma il contributo e la costruzione della filosofia africana da parte degli africani stessi, alla ricerca del loro “africanismo”, alla ricerca dell’invenzione dell’Africa...

Proprio L’invenzione dell’Africa è il titolo di un meraviglioso saggio di Filosofia scritto da Valentin Y. Mudimbe, professore di Lingue Romanze e Letterature Comparate presso la Duke University, un volume nato quasi per caso, per fare il punto sulla filosofia africana. Il testo è un lavoro critico che verte sulla gnosi (ricerca del sapere) della speculazione del “continente dimenticato”, nella sua analisi di un movimento carismatico. Prima di Mudimbe, lo studio dell’africano come filosofo, verteva su una sorta di confronto con la figura equivalente in occidente, e questo è ovviamente sbagliato e fuorviante. La prospettiva inaugurata da L’invenzione dell’Africa è completamente nuova ed antropologicamente onesta soffermandosi, come si deve, sullo studio dell’Africa dal punto di vista dell’Africa. L’obiettivo, ambizioso, che più dovrebbe incantare il filosofo occidentale, è quello di mettere in discussione gli ambigui contatti della filosofia con discorsi non filosofici che sfociano nelle scienze sociali . Da un punto di vista metodologico Mudimbe cerca un contatto con Focault che ebbe a dire (1966) “il discorso in generale, e il discorso scientifico in particolare, è una realtà talmente complessa che non solo possiamo, ma dobbiamo avvicinarci a livelli differenti e con metodi differenti”, ed è per questo motivo che questo saggio percorre “archeologicamente“ il tema della progressiva costituzione di un sapere africano, che porti all’ “africanismo”. Questo testo è indirizzato a tutti i filosofi umili e onesti intellettualmente, pronti ad aprirsi a nuove frontiere della conoscenza, ma anche a tutti i curiosi che, per una volta, hanno voglia di ricordarsi che nel mondo esiste anche un altro continente, non solo geograficamente ma anche e soprattutto, antropologicamente. “Sapere aude”. Osate anche voi!

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Libro: L'invenzione dell'Africa
Autore: Valentin Y. Mudimbe
Testata: La rivista dei libri
Data: 24/06/2008

In libreria
Martina Bagnai

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Libro: L'invenzione dell'Africa
Autore: Valentin Y. Mudimbe
Testata: Il Manifesto
Data: 20/01/2008

Alle origini del sapere africano con uno sguardo all’Europa continenti
Giusy Muzzopappa

Le riflessioni di Mudimbe prendono spunto dagli studi del kenyano John S. Mbiti, che fra i primi confutò i pregiudizi sulle religioni africane, viste come semplici superstizioni

Riflettendo sul tratto di mondo che forse più amava, che certo meglio conosceva per averlo più volte percorso in lungo e in largo, il giornalista e fotografo Ryszard Kapuscinski scrisse: «L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. E’ un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. E’ solo per semplificare e per comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione Geografica, in realtà l’Africa non esiste» (Ebano; 1998): Non esistere cioè, come entità:contenibile, circoscrivibile, raccontabile, se non per frammenti autonomi e al tempo stesso parti integranti di un tutto. E questo a differenza di quanto per quasi tre secoli gli europei cercarono di fare, operando - nel tentativo di descrivere il continente - macroscopiche generalizzazioni che da alcuni decenni gli studiosi africani, da varie angolature, si adoperano a smentire.

Un intellettuale poliglotta
È il caso, questo, di Valentin Y. Mudimbe - linguista, filosofo, studioso di scienze sociali e religiose, narratore - del quale l’editore Meltemi ha di recente pubblicato la versione italiana di uno dei testi più significativi, L’invenzione dell’Africa (cura e traduzione di Giusy Muzzopappa, pp.319, euro 24), corposo volume apparso in inglese nel 1988, e per il quale l’anno successivo l’autore ha ottenuto il prestigioso Herskovitz Award. Nato nell’ex Congo Belga, oggi Repubblica Democratica del Congo, e quindi in area linguisticamente francofona, Mudimbe ha compiuto il suo percorso formativo dapprima in un monastero benedettino in Ruanda, poi a Lavanio, per approdare infine negli Stati Uniti, alla Duke University, dove tuttora insegna lingue romanze e classiche e tiene corsi di geografia dell’antica Grecia e fenomenologia francese.

Mudimbe è quindi l’incarnazione stessa dell’intellettuale africano poliglotta e multiculturale, figlio di quella diaspora che egli interpreta nel senso migliore del termine e alla quale ha dedicato nel 1999 il volume Diaspora and Immigration, riflessione sul ruolo dell’Africa all’interno di un mondo incalzato dalla globalizzazione. Pur essendo tra i primi scritti dello studioso (che ha oggi al suo attivo una nutrita schiera di saggi sul tema), L’invenzione dell’Africa occupa un posto di rilievo nell’area della ricerca filosofica, religiosa e antropologica dedicata al continente africano proprio perché rappresenta uno dei primi contributi interdisciplinari che si sono posti l’obiettivo di scardinare la visione occidentale del continente, delineando «una sintesi critica delle complesse questioni riguardanti il sapere e il potere in Africa e sull’Africa».

La linea di pensiero di Mudimbe si ricollega agli studi del filosofo e religioso kenyano John S. Mbìti(in particolare African Religions and Philosophy, del 1969), che tra i primi - e a partire da una prospettiva saldamente teologico-cristiana ha confutato i pregiudizi in base ai quali le religioni africane erano state etichettate dal pensiero occidentale coloniale come superstizioni demoniache e anti-cristiane. Da qui Valentin Mudimbe ha preso avvio per la sua riflessione nella quale ha chiamato a raccolta gli esiti raggiunti sul tema da studiosi di diverse discipline, all’interno del continente come in Europa.

Una «autorità ampia», la definisce nella premessa Mudimbe, che «comprendesse i discorsi degli intellettuali utilizzandoli come una biblioteca critica e includesse, se possibile, l’esperienza di forme di saggezza escluse dalle strutture del potere politico e del sapere scientifico»; Convinto con Michel Foucault che il discorso in generale, e il discorso scientifico in particolare, sia tanto complesso da potercisi avvicinare solo a livelli diversi e con metodi differenti, Mudimbe per affrontare il tema della progressiva «costituzione del sapere africano» ha per così dire - interrogato e posto a confronto tutto ciò che sul tema le varie discipline andavano producendo in quegli anni, o avevano prodotto nei due decenni immediatamente precedenti, particolarmente fertili dal punto di vista critico nonché animati da grande entusiasmo, Ecco allora l’Orfeo Nero e le riflessioni sul colonialismo di JeanPaul Sartre, a confronto con la filosofia della Negritudine di Senghor, appassionato cantore di un’Africa che chiedeva libertà, anche sul piano culturale, ma non riusciva a staccarsi dalla tutela europea; e prima ancora, con la riflessione di Edward Blyden vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, che Senghor riteneva padre ideologico e precursore dell’idea di una unità dell’Africa Occidentale.

Ecco Orientalìsmo di Edward Said, che - apparso nel 1978 -suscitò immediato interesse per il suo carattere di interdisciplinarietà, e che a Mudimbe ha offerto il tema della «invenzione dell’Oriente», come modello su cui costruire una analoga idea di «invenzione» dell’Africa da parte della cultura europea, al fine di giustificare la scientifica spoliazione materiale e culturale di un continente.

Barometri del loro tempo
Tuttavia, se al centro della riflessione di Said - che quindici anni più tardi avrebbe dato alle stampe quei magistrale affresco interdisciplinare che è Cultura e imperialismo sta la forza della letteratura che il continente africano produce per parlare di sé, nel testo di Mudimbe il contributo degli scrittori è presente solo per veloci cenni. Eppure nel 1988 tale contributo era - ai fini della ridefinizione della immagine dell’Africa- assai vistoso e consistente e aveva nei diversi paesi di nuova indipendenza una sua ben precisa fisionomia.

In quegli anni infatti era già attiva una seconda generazione di intellettuali africani che attraverso la narrativa, spesso intesa come strumento politico, avevano decostruito i modelli culturali imposti dal colonialismo, confrontandosi con l’antropologia e le scienze sociali e riflettendo sul linguaggio. Ma al tempo stesso, in questa sfida ai regimi postcoloniali, si erano posti come portavoce delle singole culture, nonché come «barometri del loro tempo», per usare una espressione del nigeriano Ben Okri. Gli strumenti con cui lavora Mudimbe molto devono alle riflessioni di Foucault e Merleau-Ponty, Levi-Strauss e Lévy-Bruhl, alla filosofia francese e ai classici del pensiero europeo, più che a figure di intellettuali africani più problematici, ma non per questo meno interessanti, come il kenyano Ali Mazrui, la cui ricerca segue da anni un percorso parallelo a quello di Mudimbe (ma del tutto laico e segnato da un deciso taglio politico militante); o a figure scomode per un atteggiamento di denuncia rivoluzionaria pagato addirittura con la morte, come nel caso dello storico e sociologo Walter Rodney.

L’invenzione dell’Africa segue dunque un sentiero più sicuro che si sarebbe completato nel 1994 con The Idea of Africa, ma che, per l’ampiezza della impostazione e la ricchezza della ricerca bibliografica,, è certo una base da cui partire per conoscere la complessità delle culture del continente africano.

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Libro: L'invenzione dell'Africa
Autore: Valentin Y. Mudimbe
Testata: Daemon magazine.it
Data: 27/11/2007

Valentin Y. Mudimbe, L’invenzione dell’Africa
A.Cellotto

Africa. Negli ultimi secoli è stato un continente di conquista (economica, politica, religiosa), di decolonizzazione, di studio (archeologi, antropologi, etnologi, sociologi ecc.), ma anche conosciuto e studiato scientificamente come culla e origine della storia dell’uomo, nuova frontiera di sviluppo e, forse, di nuova colonizzazione (c’è qualcuno che parla dell’avanzata cinese in Africa oggi?). Ma questo continente è mai stato qualcosa di diverso da quello che la “vulgata”, di provenienza politica o accademica, ha fatto passare? Cosa significa essere africani? Ed essere filosofi africani?

Valentin Y. Mudimbe, congolese, è uno scrittore eclettico, coraggioso, pronto a provare a mettere ordine in quel grande mare degli studi sull’Africa che, semplificando, chiamiamo africanismo, forse in parallelo ha quanto ha fatto E.W. Said con il suo Orientalismo. L’autore di questo saggio insegna Lingue Romanze e Letterature Comparate presso la Duke University, ma è anche poeta, linguista e filosofo. Con questo studio molto ricco (anche nella interessantissima bibliografia), l’autore – sono le parole della curatrice Giusy Muzzopappa – compie un percorso che è allo stesso tempo biografico e accademico, prestando particolare attenzione a fare della propria antropologia storica, calata in un orizzonte temporale definito, la chiave per una “decolonizzazione del sapere accademico sull’Africa” (Bogumil Jewsiewicki).

L’interesse per questo testo, come per altre opere di Mudimbe, nasce dalla capacità dell’autore di rivelare la “violenza epistemologica” (Muzzopappa) compiuta dall’orizzonte del pensiero europeo sull’orizzonte di senso dell’essere africano. L’autore compie una foucaultiana archeologia del sapere africano ponendo subito un’importante distinzione tra “filosofia” e “gnosi”. Se la prima è segnatamente di origine occidentale, la seconda chiama a raccolta l’insieme dei sistemi di pensiero africani che, forzatamente, sono stati fatti rientrare nel raggio d’azione di una filosofia universale, quel corpus di conoscenze storiche, sociologiche, antropologiche, teologiche attraverso il quale l’Europa ha provato a definire l’Africa, un altro da sé vissuto all’insegna di un’alterità piena e radicale. Un’alterità che – si presti attenzione – non è affatto nata e cresciuta negli anni del colonialismo, ma che stava già inscritta nelle logiche narrative che hanno portato dalla filosofia greca alla Storia di Hegel, dove l’Europa – sono cose note – svolge il ruolo teorico principale, per non dire unico e dominante. Insomma, nelle logiche discorsive occidentali è sempre stato presente un meccanismo che ha portato a costruire l’identità per mezzo dell’individuazione di alterità assolute.

Ma cos’è l’Africa quindi? E che vuol dire essere filosofi africani? Mudimbe non si preoccupa di uscire da questo legame forte, definitorio, con l’Occidente o di affrancare e promuovere allo stato di indipendenza una poco probabile e genuina filosofia africana. Il suo libro è un importante passo per restituire pulizia, ordine alla riflessione su questi interrogativi dopo l’azione, per molti versi violenta e aberrante, di missionari e antropologi dell’Occidente la quale, è uno degli altri aspetti interessantissimi del libro, ha avuto un potere distorcente anche nei processi di autopercezione delle stesse popolazioni africane. Mostrando come diventi difficile parlare e definirsi per mezzo di un’alterità che possa dirsi stabile, Mudimbe ci mostra chiaramente come oggi il discorso sull’uomo, l’antropologia, debba porsi in un’ottica in progress, dinamica. Verrebbe da dire eraclitea se non fosse che dopo tutti questi discorsi il chiamare in causa un filosofo della nostra tradizione potrebbe sembrare poco opportuno. Ma probabilmente questo libro è un modo tra gli altri per dirci che l’uomo e i suoi strumenti per conoscere il mondo sono antiquati. Lo diceva, sotto altri aspetti, anche Gunther Anders…

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Libro: L'invenzione dell'Africa
Autore: Valentin Y. Mudimbe
Testata: La rivista dei libri
Data: 01/09/2007

Una scelta di titoli in libreria nel mese di settembre
Martina Bagnai

[E' presente una segnalazione del testo]

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