logo ricerca
homeautoricatalogocontattieventirightsstampauniversitàboardacquisti
 
Il tramonto dei non luoghi di Massimo Ilardi


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Mediarch.it
Data: 21/12/2009

Il tramonto dei non luoghi - fronti e frontiere dello spazio metropolitano, di Massimo Ilardi
Redazione

La biblioteca dell’architetto

Ascoltate qui la recensione audio de La città cibernetica di Cesare Griffa.

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Carta
Data: 08/01/2009

L’apartheid territoriale
Redazione

Massimo Ilardi insegna Sociologia urbana alla Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno dell’Università di Camerino. È direttore della rivista «Gomorra». Le sue ultime pubblicazioni sono: Negli spazi vuoti della metropoli (1999), In nome della strada (2002), Nei territori del consumo (2004). Da poco è uscito Il tramonto dei non luoghi (Meltemi, 118 pagine, 13 euro), che rappresenta un bilancio dei suoi studi. Secondo le provocatorie analisi di Ilardi, le metropoli sono il luogo privilegiato del conflitto nel ventunesimo secolo. I non-luoghi sono scomparsi a causa del controllo ossessivo che caratterizza le città globali, che impedisce il pieno realizzarsi della “libertà di movimento”.

Al centro di questo scenario non ci sono né il popolo, né le classi o le moltitudini. Ci sono piuttosto tante minoranze che si muovono in un territorio senza un unico centro (cioè caratterizzato dalle periferie infinite). Questi soggetti sociali cercano di forzare l’apartheid territoriale che costituisce il governo della metropoli, ed entrano in relazione tra di loro in maniera effimera ed episodica tramite i codici del consumo e della mobilità. Queste minoranze, scrive Ilardi, “organizzano immediatamente sul territorio il soddisfacimento delle loro richieste e dei loro obiettivi”.

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Polizia moderna
Data: 01/07/2008

Luoghi senza storia
Antonella Fabiani

Nell’analisi del sociologo Massimo Ilardi, il passaggio dai vecchi centri urbani alle metropoli ha moltiplicato il numero dei posti anonimi, dove ci si sente più soli, ma forse anche più liberi

In rapida trasformazione, la città contemporanea si estende e attrae nella sua orbita sempre più persone. Parcheggi, megasupermercati, outlet, immense multisale, grandi centri commerciali sono ormai il nuovo volto della periferia di molte città, che attrae migliaia di consumatori. Un modello architettonico accattivante che segna il nuovo modo di concepire lo spazio urbano, che influenza le relazioni sociali e la mobilità e che comporta anche dei costi. Da spazio fatto di luoghi di incontro, la città sembra essere diventata sempre più un campo di moltitudini e minoranze che, non sufficientemente integrate, possono entrare in conflitto creando tensione e insicurezza in chi ci vive. Da “luogo” appunto, la città rischia di diventare sempre più un “non luogo”, secondo la definizione dell’antropologo francese Marc Augé.
A Massimo Ilardi, docente di Sociologia Urbana all’Università di Ascoli Piceno e autore de Il tramonto dei non luoghi (Meltemi editore), abbiamo chiesto di parlare di come è cambiata la cultura della realtà metropolitana.

Può spiegarci la differenza tra città e metropoli?
Parliamo di concetti complessi, ma semplificando si può dire che la prima differenza è che storicamente la città era identificata da mura. La zona del centro era in questo modo definita rispetto alla periferia e alla campagna. L’altra differenza è che la città era uno spazio dove i cittadini ubbidivano alle leggi che lo governavano. Questo passaggio da città a metropoli, che riguarda l’Occidente, inizia quando vengono abbattute le mura: quindi è un passaggio che riguarda soprattutto lo spazio. La metropoli è, infatti, la condizione spaziale che caratterizza le nostra epoca. Nel nostro Paese questo cambiamento è avvenuto intorno agli anni ’70, quando le culture delle periferie cominciarono a invadere il centro e a diffondere una visione del mondo diversa. Lo scrittore Pier Paolo Pasolini è stato il primo a descrivere e rappresentare la cultura della periferia romana nei suoi libri e film.

Di che tipo di cultura si tratta?
La cultura della metropoli è basata sull’individualismo, sul primato del rapporto con le cose rispetto a quello con le persone. È una cultura impolitica: al nuovo tipo di cittadino non interessa la partecipazione alla vita della città. Ecco, un’altra delle caratteristiche che denotano il passaggio alla metropoli è il primato del mercato rispetto a quello della politica. Quando questa nuova cultura ha invaso il cuore della città è venuta meno anche la tradizionale divisione tra il centro e la periferia, che ha oltrepassato i propri tradizionali confini.

Chi è che oggi pensa l’organizzazione dello spazio urbano?
Oggi le amministrazioni locali devono tenere conto delle esigenze del mercato, che finisce per influenzare il modello di espansione e l’organizzazione delle città. Questo ha provocato un cambiamento anche nel modo di governarle. La grande espansione dei centri commerciali che decidono come pianificare il territorio è all’ordine del giorno; sono soprattutto loro oggi a determinare il modo di abitare. Ora la tendenza è a costruire dapprima un grande centro commerciale e poi a creare attorno delle abitazioni. Il quartiere sorge in funzione di questi megacentri a cui affluiscono i “cittadini” che vi abitano intorno. Se pensiamo a Roma, il nuovo quartiere Parco Leonardo e quello della Bufalotta ne rappresentano degli esempi.

Qual è oggi il rapporto tra centro e periferia?
La vecchia distinzione poggiava sul fatto che il centro esprimeva la cultura aristocratica mentre la periferia non aveva una cultura da esprimere. Oggi questa divisione non esiste più: case occupate o casi di degrado culturale e umano si trovano anche nel centro. Ma non tutte la città sono uguali da questo punto di vista: Roma, per esempio, è una città a macchia di leopardo, la periferia non è delimitata come a Parigi.

Nel suo libro, Il tramonto dei non luoghi, lei parla di un mercato economico che ha sollecitato il desiderio di consumare. Un desiderio che vuole essere libero senza impedimenti
Una società dell’iperconsumo come la nostra stimola le persone a cercare di essere libere di potersi muovere sul territorio. Questo conduce a una situazione sociale altamente conflittuale perché la libertà e la sicurezza sono due richieste difficili da conciliare. La sicurezza ricerca spazi chiusi, blindati; mentre invece la libertà pretende di attraversare il territorio senza impedimenti e vuole individui che consumino in fretta e senza ostacoli. In questo modo il governo del territorio da parte delle istituzioni diventa complicato: perché è complicato gestire il desiderio. Prima erano le ideologie politiche a gestire con i loro valori i comportamenti sociali, a mediare i conflitti, ma con la crisi della politica anche i valori sono entrati in crisi.

In che modo la mancanza di valori di riferimento influenza il bisogno di sicurezza?
Prima i grandi valori esercitavano una forma di controllo sul comportamento delle persone. Ora, sparita la prospettiva di un tempo futuro, c’è solo uno spazio in cui soddisfare i propri desideri qui e ora. Questo ha delle implicazioni sul lato della sicurezza perché se da una parte la cultura del consumo richiede un’architettura dagli spazi lisci, senza barriere, per favorire la mobilità e il trasporto delle merci, dall’altra l’individuo consumatore non è un individuo facilmente governabile. Ha difficoltà a rispettare le regole perché basa la sua vita sul desiderio e il piacere di consumare qui e adesso. Quindi, mancando valori di riferimento, si finisce per ricorrere a un progressivo controllo del territorio con telecamere e forze dell’ordine; si governa attraverso una blindatura del territorio. Oggi il controllo del territorio è un fatto determinante, ma è la cosa più difficile al mondo. Perché lì s scontrano due opposte concezioni: da una parte il desiderio individuale, che si schiaccia sul territorio e vuole trovare su di esso subito il suo soddisfacimento, e dall’altra le istituzioni che devono controllarlo.
Non è un caso che a caratterizzare la metropoli contemporanea sia la diffusione di piccole enclave abitative e commerciali, dove è praticamente impossibile fare un’azione illegale perché si è controllati ventiquattro ore su ventiquattro con telecamere, cancelli e guardie armate. In ogni modo nel nostro Paese il fenomeno delle enclave è ancora molto ridotto rispetto a quello che avviene negli Stati Uniti o in altri Paesi, dove il problema della sicurezza ha portato a una sorta di segregazione e a un controllo spietato.

Lei nel suo libro parla del tramonto dei “non luoghi”. Di cosa si tratta?
I “non luoghi” sono gli spazi senza storia, senza memoria, dove non si stabiliscono relazioni sociali se non effimere. Sono i nuovi spazi della metropoli contemporanea: gli outlet, gli aeroporti, le stazioni, i luoghi della mobilità assoluta. Però anche questo tipo di spazi sta tramontando di fronte all’esigenza asfissiante che ha il mercato di controllarli, trasformandosi quindi in “luoghi” con telecamere e guardie armate, con la differenza che comunque rimangono senza radici e senza storia. Mentre prima erano la memoria e la storia a determinare l’architettura delle città, adesso sono il controllo e il desiderio di libertà a costruire i luoghi contemporanei.

A proposito di luoghi, che differenza esiste tra territorio e paesaggio?
La differenza è che il territorio è uno strumento di controllo e di governo; il paesaggio ha a che fare con la natura, con l’estetica, con il patrimonio culturale di una nazione. Il territorio è un fatto politico, che riguarda la governabilità di un Paese. La politica ha bisogno di un territorio dove esplicare la sua sovranità.

Riguardo la legalità, lei sostiene che è ormai una parola in crisi perché è venuto meno il primato della politica che la legittimava. Eppure oggi si parla molto di cultura della legalità come rispetto delle regole che permettono una convivenza civile in una società complessa come quella in cui viviamo.
Considerando che è difficile “legalizzare” il desiderio e il consumo, il risultato è la nascita di una maggiore illegalità diffusa, e di conseguenza le istituzioni sono costrette a operare in una società che va in una direzione opposta alla legalità. È difficile far rispettare la legalità in una città circondata dai centri commerciali e dagli outlet. Viviamo in una società che spinge a violare le regole perché queste non sono più sostenute da valori che aiutano.

Sono molti i problemi e i conflitti della città contemporanea. Secondo lei è un modello ormai in crisi in Occidente?
Credo che non esista niente oltre la metropoli. Anche la stessa natura è ormai governata dall’uomo. È il vecchio modello urbanistico che è in crisi perché è invecchiato. Penso che la metropoli sia comunque il tipo di organizzazione sociale migliore e che offra molte opportunità e sia il luogo dove ognuno può conquistare una grande libertà nella vita privata. Anche se può farci sentire soli, perché non ci si conosce tutti, questo anonimato è la condizione della libertà.

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Nuova informazione bibliografica
Data: 02/04/2008

Il tramonto dei non luoghi
Elena Pirazzoli

L’ultimo libro di Massimo Ilardi è il tentativo di fare un bilancio della sua riflessione ventennale sui mutamenti dello spazio metropolitano. Le sue analisi precedenti lo avevano portato a incrinare qualsiasi possibile definizione e categoria classificatoria, preferendo la modalità dell’attraversamento dei nuovi territori urbani, delle città senza luoghi. Proseguendo tale percorso, l’indagine è ora arrivata ai fronti e le frontiere della realtà metropolitana: zone, territori in cui le pratiche del consumo creano energie, conflitti, poteri e relazioni. La conclusione, che diviene qui punto di partenza, è che di fronte alla rivoluzione spaziale innescata dalla società dell’iperconsumo, non appare più possibile coniugare architettura e progetto politico. Tra politiche del controllo e forme di illegalità, che hanno capacità e volontà di autolegittimarsi, le nuove metropoli divengono il luogo del costante conflitto tra libertà e sicurezza.

Per costruire il filo delle sue riflessioni, Ilardi attinge a una conoscenza ad ampio raggio di testi filosofici e letterari e di lavori del cinema e dell’arte, da Carl Schmitt a Tocqueville a Simmel, da Sergio Leone a Botto&Bruno. In particolare, l’auotre trae molti riferimenti dai romanzi di Ballard, narratore attento alle sempre più diffuse forse di violenza indifferente e annoiata delle metropoli (ma anche delle nostre quiete province). Per Ilardi, le riflessioni sulla metropoli attuale non possono più chiudersi nelle categorie definitorie, fatte di luoghi storici e nonluoghi, devono invece attraversare le zone di frontiera, dove il difficile equilibrio fra la libertà individuale e la necessità di sicurezza ha trasformato lo spazio urbano nella “territorializzazione dei desideri”, di pulsioni che non conoscono più, nella crisi della politica, forme di mediazione.

Per una riflessione profonda ed efficace sulla città attuale è necessario, per l’autore, prendere atto di questa situazione di instabilità,, conflittualità, individualismo, in cui l’unico tratto comune sembra essere l’esperienza del consumo: solo a partire da questa consapevolezza si potranno elaborare strumenti analitici adeguati. Da questa lettura della società fatta da Ilardi emerge uno stato delle cose disperato, non a caso evocato dal riferimento alla frontiera americana, dove la democrazia, lo stato e ogni autorità condivisa perdono qualsiasi credibilità ed efficacia, dove la giustizia è fatta dal singolo in base a una morale autonoma e individuale. Ma forse questa lettura è valida per metropoli come Londra, New York, San Paolo, Mumbai, mentre appare meno calzante per la nostra realtà provinciale, nelle sui piccole dimensioni lo spazio del turismo, i centri storici “vetrinizzati” e le realtà del disagio, del conflitto, dell’illegalità e della sicurezza si possono tenere in un palmo di man, spesso indistinte e confuse, caratterizzate da peculiarità diverse da quelle proprie delle megalopoli.

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Archphoto.it
Data: 02/02/2008

Massimo Ilardi - Il tramonto dei non luoghi_ presentazione libro
Redazione

Il 4 febbraio 2007 alle ore 20, presso Acer, in via di Villa Patrizi 11, Roma, per “I lunedì dell’architettura” organizzati dall’In/ARCH Lazio, si terrà la presentazione del volume di Massimo Ilardi “Il tramonto dei non luoghi. Fronti e frontiere dello spazio metropolitano” edito da Meltemi. Insieme all’autore si confronteranno su questo tema Renato Nicolini, docente di Composizione architettonica all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, Marco D’Eramo, scrittore e giornalista de Il Manifesto, Stefano Catucci, docente di Estetica presso la facoltà di Architettura Valle Giulia dell’Università La Sapienza di Roma, Michele Prospero, docente di Filosofia politica alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma.

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: L'indice dei libri del mese
Data: 01/02/2008

Il tramonto dei non luoghi. Fronti e frontiere dello spazio metropolitano
Cristina Bianchetti

Quest’ultima tappa "di un viaggio iniziato circa venti anni fa" ha al centro il rifiuto di, categorie che hanno malamente costruito, in questi venti anni la riflessione sulla città, contemporanea: quella di "non luogo", tratta, da Augé, e quella di "città invisibile", tratta, da Calvino. Categorie nei confronti delle, quali l’entusiasmo è stato travolgente, quanto modesti (e fin da subito) i risultati. Ilardi ora le rigetta. Ma la cosa più interessante non è il diniego. Almeno la prima, per, fortuna, non è più da un pezzo al centro degli, studi urbani (forse rimane entro quelli di qualche storico). La cosa interessante è, che la svolta avviene lasciando immutato lo, sfondo. Una metropoli che non è fatta di usi, e regolamentazioni, ma di appropriazione, occupazione, consumo di territorio. Un politico, che non è di massa né di moltitudini, ma di minoranze eterogenee legate tra loro, da appartenenze fondate su consumo, territorio, mobilità, i cui comportamenti sono, dati dalla volontà di uscire dai ghetti e dal, desiderio di consumo.

I protagonisti sono, ancora quei "diavoli delle periferie", (cfr. "L’indice", 2000, n. 3) che oggi popolano l’”infernale, spazio del consumo", con un ritorno eloquente della metafora. Che cosa determina allora il nuovo orientamento? L’idea che la mobilità fluida e continua sia saltata dando luogo a una spazialità diversa dettata dalle angosce della sicurezza e dall’apartheid, dove la paura sostituisce lo scambio. A fronte della cultura dei controlli, i "non, luoghi" si riducono a uno "scenario della, mente", un punto di vista parziale. Rimane l’impressionistica e umorale tensione di sempre a indagare il territorio, che per fortuna non ha, in (lardi, le ambiguità del paesaggio. Rimane l’inossidabilità della nozione di conflitto che sopravvive a qualsiasi deflagrare del politico.

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Prestinenza.it
Data: 01/02/2008

Media e dintorni
Antonio Tursi

il tramonto dei non luoghi

Lunedì 4 febbraio 2008 ore 20 all’IN/ARCH Lazio di Roma (via di Villa Patrizi 11) si terrà la presentazione del libro “Il tramonto dei non luoghi” di Massimo Ilardi (Meltemi editore, 2007). Insieme all’autore si confronteranno su questo tema: Renato Nicolini, Marco D’Eramo, Stefano Catucci, Michele Prospero.

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Architettiroma.it
Data: 31/01/2008

Il tramonto dei non luoghi
Redazione

Fronti e frontiere dello spazio metropolitano

I lunedì dell'architettura IN/ARCH Lazio
Presentazione del libro di Massimo Ilardi
Meltemi Editore, 2007

Insieme all'autore si confronteranno su questo tema:
Renato Nicolini, docente di Composizione architettonica Università Mediterranea di Reggio Calabria;
Marco D'Eramo, scrittore e giornalista de Il Manifesto;
Stefano Catucci, docente di Estetica della Facoltà di Architettura Valle Giulia - Università La Sapienza Roma;
Michele Prospero, docente di Filosofia politica della Facoltà Scienze della Comunicazione - Università La Sapienza Roma.

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Il Giornale Dell'Architettura
Data: 29/12/2007

70 titoli per 36 editori
Michela Rosso

Accanto a traduzioni e ristampe di storiografie si segnalano novità sul fronte degli studi urbani e territoriali

Tra le novità editoriali, quelle relative al settore della storiografia dell`architettura contemporanea non brillano certo per originalità: traduzioni e ristampe di testi ormai consumati si accompagnano ad alcune utili iniziative. Tra queste, la prima edizione italiana di un testo fondativo del mito dell`architettura modernista, Modem Building di Walter Curt Behrendt, pubblicato in prima edizione nel 1937 a New York, e la ristampa di Progetto e utopia di Manfredo Tafuri, con una nuova introduzione di Franco Purini. Per la felicità dei docenti di storia dell`architettura contemporanea a caccia di nuovi manuali e libri di testo, il catalogo non molto nutrito delle storie dell`architettura degli ultimi trent`anni si arricchisce, sulla scia di quello curato da Francesca B. Filippi, Luca Libello e Manfredo di Robilant (1970-2000.

Episodi e temi di storia dell`architettura, pubblicato da Celid a fine 2006), d`un volume scritto da Mario Pisani su L'architettura del tempo presente dagli anni settanta all`esordio dei Nuovo Millennio: mentre un genere intramontabile, architettura e avanguardie storiche, riesce ancora a polarizzare l'attenzione d`un grande fotografo quale Richard Pare, autore di un'ampia rassegna fotografica del modernismo russo intitolata L'avanguardia perduta. Architettura modernista russa e introdotta da un saggio di Jean-Louis Cohen. Nei "gialli" di Electa, la nuova collana di saggi di storia dell`arte, con una rosa di nuovi titoli e riedizioni di testi mai pubblicati in italiano o irreperibili, si segnala quello sulla Divina Proporzione, a cura di Anna Chiara Cimoli e Fulvio Irace, tema della Triennale di Milano del 1951 e oggetto di un recente convegno nel capoluogo lombardo. Di tutt`altro segno il libro Dove abitano le emozioni, della collana «Einaudi - Stile Libero» (editore recentemente impegnato a sviluppare un settore, quello su architettura e città, tradizionalmente trascurato del proprio catalogo, cfr. la collana «ET Geografie»), segnale eloquente d'una tendenza emergente volta a ricongiungere culture tradizionalmente separate dell'architettura: quella autoreferenziale delle riviste e quella d`un pubblico generico sempre più interessato alla qualità del proprio habitat.

Il dialogo tra un architetto e uno psichiatra, Mario Botta e Paolo Crepet. porta a riflettere sull`architettura come possibile generatrice di solitudine, felicità, benessere, disagio, noia, creatività. Un'uscita che riecheggia il successo editoriale di un libro dell`anno scorso, Architettura e felicità di Alain de Botton, ormai alla sua seconda edizione. Tra le iniziative volte a colmare il gap culturale tra specialisti e pubblico generico va segnalata la collana «Architettura. 1 protagonisti» (cfr. editoriale e intervista, pp. 1 e 3). Oltre a quelle selezionate dall`articolo di Daniela Ciaffr, il fronte degli studi urbani e territoriali evidenzia alcune novità degne d'attenzione: un paio di lavori, entrambi per i tipi di Franco Angeli (Paola Parmiggiani e Mauro Ferraresi, L'esperienza degli spazi di consumo.

Il coinvolgimento del consumatore nella città contemporanea; Antonietta Mazzette ed Emanuele Sgroi, La metropoli consumata. Antropologie, architetture, politiche, cittadinanze), si concentrano sul rapporto tra spazio pubblico urbano e consumo, anche interrogandosi sui ruoli che politiche urbane recenti hanno giocato nell'amplificare questa tendenza, mentre Massimo Ilardi, ne Il tramonto dei non luoghi. decreta la morte di un categoria interpretativa ormai inadeguata a riflettere gli scenari odierni ma determinante negli anni novanta per leggere, attraverso la dissoluzione dei luoghi storici, la trasformazione della città industriale nella metropoli del consumo totale. Infine, va segnalato Arcipelaghi e enclave di Alessandro Petti, un tentativo sorprendente di leggere la dimensione spaziale e territoriale, oltre che politica, dell'occupazione israeliana, delle gated communities, dei G8, dei campi di nativi, dei centri di permanenza temporanea, come laboratori «ideali» e condizioni limite dei processi di globalizzazione in atto.

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Il Manifesto
Data: 23/11/2007

Dentro l'orizzonte negativo della metropoli disfatta
Alberto Ziparo

[...] Già da tempo il paradigma della sostenibilità appare, nelle dichiarazioni dei tecnici e dei decisori, il dato strutturante di tutto il settore, e tuttavia queste parole soltanto raramente soltanto raramente si traducono in azioni. Lo dimostra, per esempio l'attenzione suscitata da recenti dibattiti su temi già in declino, quali i "non luoghi", del cui calo ha fornito una interessante interpretazione Massimo Ilardi (in Tramonto dei non luoghi, Meltemi); oppure l'ancor più recente entusiasmo per i "superluoghi" (che in realtà dovrebbero chiamarsi correttamente "supernonluoghi"), megastrutture multifunzinali, la cui presenza domina e condiziona interi ambiti territoriali per le loro dimensioni e il loro impatto; o infine per i nuovi grattaceli, talora mascherati da tentativi, non di rado goffi, di innovazione ambientale ("boschi verticali") o energetica (megacontenitori, si ma alimentati da sole e vento).

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Foglidarte.com
Data: 20/11/2007

Il tramonto dei non luoghi
Andrea Bonavoglia

L'ultimo libro di Massimo Ilardi non è una lettura facile, innanzitutto perché presuppone nel lettore la conoscenza di nozioni filosofiche, sociologiche e antropologiche recenti, e in secondo luogo perché presenta in sottofondo una sorta di pessimismo della ragione, non sempre chiaro o logico alla luce di quanto esposto e teorizzato. Si parla, ed è un motivo ricorrente nella lettura, di metropoli dell'iperconsumo, città i cui abitanti vivono in un eterno presente basato esclusivamente sul consumo. Si parla anche di un mondo in cui milioni di abitanti vivono in slums e catapecchie, favelas o baraccopoli, realtà terribili alle le quali, si direbbe, il fatto concreto del consumo risulta del tutto estraneo. Si parla di un mondo in cui la ribellione esplode nelle periferie delle metropoli, e si parla di questo mondo come di un mondo unificato.

E' evidente che l'autore, come del resto molti altri studiosi cercano di fare in questo inizio di secolo, sta inquadrando una società nuova, globalizzata, dinamica, multiforme in modo infinito, ma uniforme e paradossalmente statica in modo finito. Non è invece evidente ciò che dobbiamo aspettarci da questo stato di cose, anche se Ilardi finisce per farci intravvedere un mondo disperato, fatto di anonimato e violenza, piuttosto che un mondo tranquillizzato nelle sue tensioni uniformatrici.

Il punto di partenza sono i non luoghi resi celebri da Marc Augé una quindicina d'anni fa. Quei luoghi privi di identità sono entrati nel linguaggio intellettuale del nuovo secolo e hanno catalizzato l'interesse di molti, in particolare degli architetti e degli urbanisti, che forse si sentirono chiamati in causa come correi della perdità di identità delle metropoli. L'intervento progettuale e la nozione stessa di non luogo, chiaramente, non vanno d'accordo e questo problema di competenze risulta chiaro quando si legge, nelle prime pagine del libro di Ilardi, che tra i prevedibili critici delle sue posizioni, “... un quinto [critico], di solito un architetto, è il più pericoloso perché si insinua in uno spazio aperto dalla crisi del progetto e della professione che lascia la possibilità di trasferire armi e bagagli in altre discipline: le più gettonate sembrano essere la sociologia e l'antropologia.

L'architetto-sociologo-antropologo è come un prete spretato ...
” (pag. 12). L'architetto non capisce che il mondo è cambiato e continua a progettare luoghi senza capire che suo malgrado diventeranno non luoghi; la soluzione potrebbe essere che l'architetto ritorni a progettare su basi politiche. In realtà, la tesi attuale di Ilardi è che anche la nozione di non luogo vada rivista: “La metropoli, come spazio liscio e indefinito del mercato, ha colonizzato l'intero globo. A questo punto parlare di crisi della “forma metropoli” non ha senso perché la metropoli è la forma mondo che ha dissolto ogni altra forma urbana” (pag. 38). La lettura del saggio è di estremo interesse, anche se molto spesso la sensazione del lettore è che si stia parlando di New York, di Parigi, di Rio, di Calcutta, forse di Milano, ma non di Bologna, di Stoccarda, di Lione, di Belgrado, di città non metropoli insomma. L'urbanizzazione come viene descritta ripetutamente, richiamandosi direttamente alla megalopoli descritta nei romanzi di William Gibson, lo Sprawl lungo centinaia e centinaia di kilometri da Atlanta a New York, è ancora, forse, un'immagine fantascientifica.

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Alias
Data: 27/10/2007

L'erba voglio cresce nel centro commerciale
Benedetto Vecchi

L'espressione "non luoghi", eletta dall'antropologo francese Marc Augè a parole chiave per accedere alla comprensione del presente, ha avuto molto successo soprattutto tra gli architetti e gli urbanisti. I non luoghi sono le zone di transito delle metropoli. Possono coincidere con i centri commerciali, come anche con le aree di sevizio delle autostrade, "presenze" urbanistiche così diverse tra loro, accomunate tuttavia dall'essere "zone di transito" in una metropoli che divora il territorio e cancella lo spazio pubblico perché sovvertita nelle sue geografie del potere del costante flusso di merci e informazione. E di uomini e donne, novelli nomadi di una società che non prevede appartenenze "forti", ma solo, appunto, effimere attività elettive. Ora la "città dei non luoghi" deve cedere il passo a un'altra forma del "vivere in società".

A questo passaggio di consegne è dedicato il volume di Massimo Ilardi Il tramonto dei non luoghi (Meltemi, pp.111. euro13), un saggio che non nasconde la sua ambizione di definire le coordinate di un pensiero politico che prenda definitivamente congedo dal Moderno, salvaguardando però alcune "categorie del politico" come la coppia nemico-amico, senza la quale non è possibile pensare sia la politica che il conflitto nella cosiddetta ipermodernità.

Il tramonto dei non luoghi è però anche un'autocritica dell'autore. Ilardi, in passato non ha nascosto una certa fascinazione verso autori percorsi di ricerca che hanno spesso usato i "non luoghi" come cartina di tornasole del presente e paradigma teorico che rappresentasse le metropoli contemporanee come uno "spazio liscio" da surfare, affermando una libertà immediata dei propri desideri. L'autocritica di Ilardi riguarda però solo la rappresentazione della città come spazio liscio, mentre la figura del nomade è liquidata con una cattiva astrazione. Nelle metropoli non ci sono nomadi, ma corpi desideranti che, attraverso il consumo, affermano una libertà radicale dai vincoli, dalle norme del controllo sociale. In questo caso Ilardi rivendica una continuità. Da qui la proposta di una "città striata", dove il territorio, la strada consentono una sorta di rimaterializzazione del conflitto dopo gli anni della retorica sulla virtualizzazione del vivere associato.

Una nuova materializzazione che ha come esemplificazione la crescita degli slum, dei ghetti, delle bidonville, che divorano il territorio secondo direttrici caoticamente non lineari in base a uno "stato di necessità" non mediabile con qualsiasi idea ordinatrice della città. Soggetto - carne e sangue, scrive Ilardi - di questa nuova materialità del conflitto che entra in rotta di collisione con l'astrazione rappresentata dal mercato è un generico "individuo sociale" che compone "minoranze sociali di massa" a geometrie e identità variabili che mettono in scacco le forme di controllo sociale.

La metropoli senza "non luoghi" e senza centro, dove è morta qualsiasi possibilità di un progetto di sviluppo urbano, è un luogo in cui prende corpo quell'attitudine al consumo in quanto soddisfazione non mediata del desiderio, momento topico del conflitto nell'ipermodernità: un conflitto che ha un nemico giurato. Il mercato perché impone regole, prescrizioni, limiti, attiva dispositivi di esclusione, di controllo sociale che limitano la libertà di movimento nelle metropoli, disegnando i confini dell'esclusione sociale e relegando i corpi a una stanzialità coatta. Ma nel fare questo entra in conflitto proprio con la strada, popolata da uomini e donne che aspirano al soddisfacimento dei propri desideri e che per questo cercano di rompere la gabbia in cui sono stati rinchiusi.

E tuttavia la metropoli non abdica certo, a differenza da quanto sostiene l'autore, alla sua funzione di centro di coordinamento e progettazione della produzione diffusa, così come tematizzata, ad esempio, da Saskia Sassen. La città rimani infatti ancora il"server" dove convergono e vengono smistati i flussi di informazione, di capitale, ma questa funzione convive con la "città ombra" degli slum. E dunque ancora il luogo d'eccellenza in cui si rinnova continuamente quella prassi teorica-politica che è la costruzione sociale del mercato. Ma è su questo crinale della costruzione della convivenza tra la "città globale" dei flussi e la "città ombra" della strada che il neoliberismo toglie la sua maschera e mostra la sua vera sembianza: esercizio della forza, con l'occupazione militare del territorio, o sviluppo di gated community che tracciano i nuovi confini dell'inclusione e dell'esclusione.

Va riconosciuto a Massimo Ilardi un merito, quello di aver guardato al consumo senza le lenti deformanti di una critica moralistica del rapporto con la merce. La cassetta degli attrezzi che l'autore ha usato e usa è ovviamente poco "ortodossa". In essa trovano posto autori come James Ballard e Mike Davis, Carl Schmitt e Mario Perniola, Mario Tronti e Antonio Caronia, Manuel Castells e Zygmunt Baunan.

Tutti usati per dimostrare che la politica novecentesca legata alla rappresentanza del lavoro salariato è giunta al suo tramonto. La metropoli, così come il lavoro, non rappresentabile. Di conseguenza, sono irrapresentabili anche i comportamenti sociali presenti nel territorio. Comportamenti amorali, opportunistici, violenti, tesi a soddisfare i propri desideri attraverso una riappropriazione delle merci. Da qui la critica, condivisibile, a percorsi di ricerca che vedono nel pluralismo delle forme di vita l'orizzonte aperto a sperimentazioni di un governo della vita associata compatibile con l'economia di mercato. Ma è quando l'autore si scaglia contro il cosiddetto "modello Roma" sviluppato da Walter Veltroni che il suo ragionamento presenta contraddizioni.

La giunta capitolina è riuscita a sviluppare forme di governance della metropoli che vedono il coinvolgimento e il controllo dei comportamenti "devianti dalla norma". Non è quindi espressione di un ecumenico "buonismo", ma la forma più avanzata di governo politico della metropoli, perché riesce a disinnescare i punti di rottura, di contraddizione che si manifestano al suo interno. Ma su questo punto Ilardi certo non dissente. Il problema nasce quando stabilisce una curiosa omologia che sostituisce la forza-lavoro con la figura del"consumatora", mentre la fabbrica cede il posto all'ipermercato. Inoltre, nel sottolineare la crisi irreversibile della democrazia rappresentativa continua a considerare il politico la sintesi e il momento ordinatore dell'anarchia della società covile. Nel fare questo considera il momento del consumo oppositivo alla produzione.

Ma produzione e consumo, assieme alla circolazione, compongono la totalità dei rapporti sociali di produzione. E se nel passato potevano rappresentarsi come momenti separati, nel presente sono invece spazialmente e temporalmente sempre più connessi. Dunque il consumo è certo riappropriazione di merci, ma secondo le leggi auree del lavoro salariato. La città è infatti "striata" non solo perché limita la libertà di movimento, ma perché riflette la balcanizzazione del mercato del lavoro e la funzionalità delle reti produttive che definiscono le linee di sviluppo delle metropoli. La militarizzazione del territorio è dunque propedeutica a ristabilire le forme di comando sulla forza-lavoro. Una forza lavoro precaria, dequalificata, cognitiva che ancora una volta ha nella metropoli il teatro della sua presenza pubblica, dunque politica. Una critica alla metropoli che non registri questo mutamento dei rapporti sociali di produzione è monca e piena di nostalgia per la tranquillizzante dicotomia dove l'anarchia della società civile attende di essere presa in consegna da un politico che esprime la sintesi superiore per l'azione di un "barbaro"e tutto sommato innocuo individuo sociale. Il politico adeguato alla "città striata" non può invece che riaffermare la libertà di movimento all'interno della metropoli e al tempo stesso costruire le forme organizzative per rendere istituzione e dunque irreversibile la secessione della metropoli capitale.

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Liberazione
Data: 10/10/2007

Nelle città del consumo totale i campi di battaglia del XXI secolo
Redazione

Stralcio dal nuovo saggio di Massimo Ilardi, "il tramonto dei non luoghi". Uno studio sulle metropoli contemporanee, teatri di energie, conflitti, poteri e nuove relazioni che si intersecano. Ma anche di nuove politiche di controllo e apartheid territoriali.

In questo saggio, metropoli vuol dire innanzitutto occupazione, appropriazione, consumo di territorio attraverso pratiche di illegalità diffusa che hanno la capacità e la forza di leggittimarsi. E' da questo punto di vista che si è cercato di cogliere la direzione della nuova rivoluzione spaziale innescata dalla nascita della società dell'iperconsumo: se nella modernità lo spazio aveva una sola dimensione perché la città era strutturata come macchina funzionale ai modi di produzione industriale che aveva nella fabbrica il suo luogo centrale di identificazione culturale, sociale e politica, ora invece è un campo aperto in cui si intersecano energie, conflitti poteri e nuove relazioni. La metropoli riproduce i percorsi dei vari comportamenti innescati dal consumo e diventa la forma compiuta della città moderno-contemporanea (terranova 2006).
Si può dire con Carl Schimtt che "il mondo non è più nello spazio, ma lo spazio è invece nel mondo" e si frantuma in territori, strutturati e destrutturati dalla contingenza, dal disordine, dalla violenza che un agire consumistico che non vuole regole e una richiesta di libertà che non vuole impedimenti proiettano direttamente sul territorio stesso.[...]
[Segue l'introduzione del testo]

Torna ad inizio pagina


Libro: Il tramonto dei non luoghi
Autore: Massimo Ilardi
Testata: Edilizia e territorio – Sole 24 ore
Data: 22/09/2007

Non luoghi al tramonto, viaggio nelle metropoli.
Redazione

Da ottobre sarà in libreria il volume "Il tramonto dei non luoghi" curato da Massimo Ilardi. Si tratta di un bilancio di uno studio ventennale, che offre una serie di provocatorie conclusioni capaci di sfidare tutti coloro per i quali non è più possibile coniugare architettura e progetto politico. Un viaggio nella teoria dell'architettura "che va dalla paranoia delle città invisibili alla sconvolgente realtà degli slum", ricordandoci che metropoli vuol dire innanzitutto occupazione, appropriazione e consumo del territorio attraverso pratiche di illegalità diffusa. Ilardi sostiene che per governare la città oggi è necessario elaborare nuovi linguaggi e nuovi strumenti che permettano di confrontarsi con la nozione di luogo instabile, conflittuale e abitato da minoranze frammentate che hanno in comune solo l'esperienza del consumo.

Torna ad inizio pagina